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mercoledì 10 aprile 2013
La morte ha le piume – Prima parte
Mentre sedeva nella stanza buia e contemplava la porta della cella sconquassata dai colpi della creatura, Carl Vaughn non poteva fare a meno di maledire la sua hybris. Solo un anno prima quella che ora era una spaventosa e ripugnante realtà era stata poco più di una teoria, una serie di appunti scribacchiati sul sottobicchiere di un pub. Poi era cominciato l'esperimento, finanziato in gran parte dall'eredità di famiglia, con cui aveva acquistato esemplari di uccelli di svariate specie selezionate con cura e fatto costruire una voliera nella sua baita nelle Catskill, lontano da occhi indiscreti. Quando si era trovato a dover affrontare un serio problema di fondi, Vaughn lo aveva risolto rubando la strumentazione che ancora gli mancava dal laboratorio dell'università. Una decisione che allora era parsa necessaria, ma di cui oggi si pentiva amaramente e non passava notte senza che il senso di colpa figliasse incubi tremendi con la sua mente sull'orlo dell'esaurimento nervoso.
Ma nessuna delle sofferenze patite nei mesi precedenti poteva essere paragonata al terrore cieco che stava provando in quel momento. Terrore misto alla vergogna per aver scioccamente esultato solo poche ore prima, quando l'esperimento si era concluso con successo. Pazzo! Che cosa credeva di ottenere? Pensava davvero che un ometto insignificante avrebbe potuto controllare una forza ancora largamente sconosciuta come l'ingegneria genetica? Sì, fino alla sera prima lo aveva pensato e ora quella dorata illusione si era frantumata, crollando su se stessa come un castello di carte.
venerdì 29 marzo 2013
La zona neutra – Terza parte
Lo sceriffo aveva conosciuto il capitano Katanga una sessantina di anni prima, quando entrambi erano impegnati nel servizio di leva preso Fort Bazuzu, nel deserto corallifero della sesta luna di Caronte V. Johnny lo aveva visto affrontare da solo due energumeni arturiani di due metri e mezzo per due, che avevano preso di mira una matricola e la stavano tormentando in sala mensa. Katanga si era messo in mezzo e ne era nata una rissa dalla quale, senza alcun aiuto, l'uomo era uscito ammaccato ma vincitore. Aveva preso a calci nel culo quei due bestioni e poi era tornato a sedersi per finire la zuppa.
A vederlo adesso, congelato e privo di vita sul freddo lettino del laboratorio, gli sembrava impossibile che fosse la stessa persona. Ma c'era qualcosa che lo turbava più profondamente: i tratti del suo viso erano scomposti, deformati, come una tazza di ceramica rotta e ricomposta alla meno peggio con la colla. Non era il solo ad averlo notato. “Mio Dio – disse O'Bannon con un'espressione di disgusto – Che cosa gli è successo?”. Martian esalò un profondo respiro e infine svelò quello che aveva sempre sospettato: “Un cubo arcaissiano”. O'Bannon rivolse a lui lo sguardo e la sua espressione mutò da disgustata a interrogativa: “Un cosa?”. “Un cubo arcaissiano. Si tratta di un congegno molto efficiente, costruito dagli orologiai di Arcaissi. È simile a un cubo di Rubik: è formato da ventisette piccoli cubi che, una volta entrati in contatto con un oggetto, animato o inanimato, si insinuano nella sua struttura molecolare e la scompongono, causandone l'implosione. Alla fine assorbono l'oggetto e lo immagazzinano”. “Per quanto tempo?”, chiese O'Bannon. “Oh, nel caso di un oggetto inanimato, anche per secoli. Nel caso di un essere vivente, poche ore”. Il professor Bloom lo fissava sbalordito. Non avrebbe mai pensato che quell'insulso uomo rosso fosse a conoscenza di tutti quei dettagli.
lunedì 18 marzo 2013
La zona neutra – Seconda parte
Johnny Martian non sopportava più quel lavoro. Si era alzato come ogni mattina dalla dura brandina che oramai i membri della ciurma si erano abituati a chiamare letto. Ma lui, che aveva servito come sceriffo sui vascelli della federazione xandoriana per quindici anni, sapeva bene cosa la parola “letto” significasse. Si mise a sedere per qualche minuto, massaggiandosi la schiena dolente – aveva ormai ottantasette anni e poteva definirsi un uomo di mezza età – e poi si sforzò di alzarsi. Entrato nel bagno, si fermò per qualche istante a guardare la sua immagine riflessa nel minuto specchio. Davanti aveva il volto scarno di un uomo stanco e disilluso. Le guance erano scavate e le vistose rughe denunciavano la sua non più giovane età. La sua carnagione rossa, dovuta agli esperimenti genetici condotti sui primi coloni marziani da cui egli discendeva, stava scadendo nell'arancione.
Si fece una piacevole doccia calda e la barba, poi scese nella sala mensa e si godette un'abbondante colazione composta di uova, bacon e caffè liofilizzati – i migliori sulla piazza. Soddisfatto, lasciò la mensa per dirigersi al suo ufficio e smistare le scartoffie. La colazione lo aveva messo di buon umore: dimenticata la stanchezza e la frustrazione del risveglio, pensò che fare lo sceriffo su un'astronave scientifica non era poi così male – non c'erano mai emergenze e lui poteva avere tutto il tempo libero che desiderava. Per sua sfortuna il flusso di pensieri positivi venne bruscamente interro dallo squillo del comunicatore. Martian lo sganciò dalla cintura e se lo portò all'orecchio. “Sì, qui lo sceriffo”, disse. “Sceriffo – rispose la voce di Stratos – farebbe meglio a venire a dare un'occhiata nell'ufficio del capitano. È una bella gatta da pelare”.
lunedì 11 marzo 2013
La zona neutra – Prima parte
Duecento giorni di navigazione e di terra ferma neanche l'ombra. L'astronave era partita da Tico-teco alla volta del Limen, o almeno questo era ciò che si augurava il professor Bloom, che di quella teoria era il sostenitore più accanito. Ne aveva abbondantemente dibattuto a tutti i più importanti simposi scientifici delle Sette Galassie e ne aveva anche scritto nel suo ultimo e più completo trattato, “Del Limen: teoria e fenomenologia dell'universo e dei suoi confini”. Bloom sosteneva che l'universo fosse tenuto insieme dal suo conflitto fisico con l'anti-materia presente all'esterno di esso, e che questo conflitto si manifestasse a occhio nudo nella forma di un “muro” o “zona neutra”, dove non erano presenti stelle o pianeti e dove le leggi della fisica e della geometria euclidea non erano applicabili. “L'Uomo deve conoscere i confini del suo Mondo – era solito ripetere ai suoi studenti – perché è solo attraverso la conoscenza dei propri limiti che si può aspirare all'eccellenza e al dominio”. Naturalmente, la spedizione a bordo dell'Odissea non aveva ricevuto gli enormi finanziamenti richiesti sulla base della mera curiosità umana: Bloom aveva prospettato enormi ricavi dall'estrazione e dall'utilizzo della materia oscura, abbondante nella zona neutra, che poteva essere usata per implementare i motori a curvatura e addirittura per la costruzione di pianeti e stelle artificiali, nonché dei wormhole necessari al viaggio intergalattico. Questo Bloom lo sapeva ma non gliene importava: per lui contava solo aver ricevuto il denaro per appagare la sua sete di conoscenza e nessuno, né i burocrati di Terra-7 né tantomeno i membri del suo equipaggio, che si lamentavano per la scarsità di provviste, lo avrebbero potuto fermare.
giovedì 7 marzo 2013
Kármán - Seconda parte
Greg non credeva ai suoi occhi: un mare, forse un oceano di mercurio che lambiva una spiaggia di quarzo. Le minuscole pietre scrocchiavano contro la pianta degli stivali producendo un rumore simile al ghiaino. Greg non riuscì a contenere una fragorosa risata e cadde in ginocchio tenendosi la pancia e rise fino a che le lacrime non gli inumidirono le guance. Si asciugò gli occhi con il guanto e fissò per qualche minuto la distesa di metallo liquido scosso dalle onde, finché un rumore di passi poco distante non attirò la sua attenzione. Voltatosi alla sua sinistra, notò una figura solitaria che camminava sulla spiaggia nella sua direzione. D'istinto, si levò in piedi e gridò “Chi è là?”. La figura, dall'aspetto e dalle proporzioni umanoidi, alzò un braccio in segno di saluto. Greg la guardava avvicinarsi e non sapeva se scappare o attendere. Decise per la seconda: se doveva morire, almeno voleva saperne di più di quello strano mondo nel quale era stato catapultato.
L'aria pesante e satura di gas generava una foschia che impediva a Greg di mettere a fuoco la figura, di cui riuscì a distinguere meglio i tratti solo quando si fu avvicinata a poche decine di metri. Alto circa un metro e ottanta, l'essere – definizione migliore non riuscì a trovare – indossava una tunica viola scuro che lo rivestiva fino ai piedi, lasciandone scoperti solo gli avambracci e gli strani calzari. Il suo volto era l'elemento più disturbante: la pelle era color smeraldo, gli occhi parevano dei rubini incastonati nelle orbite e la sua bocca pendeva all'estremità di una corta proboscide. Sul capo, delle escrescenze di carne spuntavano laddove un uomo avrebbe portato i capelli. “Salute”, disse la creatura in perfetto inglese. Greg fu sconvolto più da questo che dal suo aspetto. Sollevò una mano tremante e ricambiò timidamente. “Dove... dove mi trovo? Chi sei tu?”. L'essere lo squadrò – o meglio, Greg lo dedusse, visto che non riusciva a capire in che direzione stessero guardando quei rubini senza pupille – e infine rispose. “Per quanto riguarda la tua prima domanda, il mio nome è impronunciabile nelle tre dimensioni del tuo spazio. Puoi chiamarmi Jack, se preferisci”. “Jack?”. “Jack. Per rispondere al tuo secondo quesito, vorrei che mi seguissi”. Jack diede le spalle a Greg e si incamminò su per la salita che conduceva alle rocce sovrastanti la spiaggia. Greg seguiva in religioso silenzio, ma la sua mente stava urlando. Il suo cervello, sconvolto dalla bizzarria degli eventi, era come un equilibrista sul sottile filo che separa la sanità dalla pazzia.
martedì 5 marzo 2013
Kármán – Un racconto a puntate
La linea, la maledetta linea. Mentre disegnava una spirale disperata di color viola in un vuoto cosmico senza tempo e senza materia, Greg Walton capì molte cose e incontrò nuovi quesiti a cui probabilmente non avrebbe mai dato risposta. Perché non aveva tempo di farlo. Perché stava per morire.
La vita aveva cominciato lentamente ad abbandonarlo da quando, dopo aver raggiunto con la sua capsula l'altitudine record di cento chilometri, aveva incontrato qualcosa di anomalo. Era come una barriera... no, non una barriera, una membrana. Ecco, “membrana” era il termine che gli sembrava più adatto: una superficie traspirante e viscida che si frapponeva tra la Terra e il Vuoto. “Dannati cervelloni – pensò quando il panico lasciò spazio alla rassegnazione – nessuno di voi ci aveva pensato, eh?”. No, se ne stavano seduti nei loro uffici a Houston, sorseggiando caffè mentre discutevano di questa o quella teoria inerente ai viaggi spaziali, i paradossi del continuum, la struttura dell'universo. Blah blah blah. Ma nessuno che si fosse fermato per un attimo a pensare che se Einstein aveva ragione, se il tempo era davvero una variabile a cui noi diamo un senso limitato come limitati sono i nostri sensi, allora avrebbe dovuto per forza esserci qualcosa tra il nostro mondo e l'Esterno.
Ora Greg Walton l'aveva scoperto sulla sua pelle, aveva infilato prima la testa e poi tutto il corpo in quell'immensa vagina galattica. La pena per aver voluto guardare al di là dei confini stabiliti per la sua razza dal buon Dio era la sua imminente dipartita. A casa non lasciava nessuno: una ragazza con la mania dell'ordine che passava le giornate a spolverare i mobili e gli chiedeva di indossare le pattine quando lui andava a trovarla per scoparsela. Un cane pigro e vecchio e sovrappeso. Un appartamento pulcioso con l'aria condizionata guasta, popolato di cimici e scarafaggi. E nessun servizio al TG, nessuna intervista, niente. Da questa impresa – “Un passo enorme per l'umanità”, l'aveva definita il direttore Smitherson – non aveva ricavato fama e manco un dollaro, perché doveva essere assolutamente segreta. “I rossi ci hanno fottuto con quel bavoso bastardo di Gagarin – gli avevano spiegato nel briefing – Ora noi fotteremo loro. Saremo i primi a mandare un uomo sulla cazzo di luna!”. Ma, e qui stava la fregatura: “Questa missione deve rimanere strettamente top secret. Se fallisse, diventeremmo lo zimbello del mondo intero. Tu, caro Greg, sarai un pioniere. Dopo di te ne verranno altri e gli Stati Uniti d'America conquisteranno lo spazio!”.
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