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venerdì 2 agosto 2013
La cittadella di roccia
Quando estrassero i loro compagni dal veicolo, la prima cosa che notarono fu il loro sguardo: il volto contratto in una smorfia di terrore, gli occhi spalancati. I loro corpi erano rigidi e, a un primo esame, il medico della base dedusse che si trovassero in una sorta di coma, indotto da uno shock fortissimo.
L'umore nella base, che nei giorni precedenti era stato piuttosto alto, precipitò miseramente in un cupo silenzio. Gli astronauti lavoravano ai loro progetti meccanicamente, senza aprire mai bocca. Una situazione davvero surreale, pensò Ray Malakian, perché fino al giorno prima avevano ciarlato come un gruppo di studenti alle prese con la loro prima gita scolastica.
martedì 21 maggio 2013
La zona neutra – Sesta parte
Ci siamo! L'odissea dell'Odissea giunge al termine. Che ne sarà di Johnny Martian? Non vi resta che scoprirlo...
Parte 1 | Parte 2 | Parte 3 | Parte 4 | Parte 5
L'immagine affondò nella materia spugnosa del suo cervello come un maglio, portando una sensazione di stordimento che, per qualche minuto, lo costrinse immobile e con gli occhi sgranati, a contemplare il monitor della spietata verità. Lo spazio fuori si era fatto ancora più buio e gelido e desolato, ora che Johnny Martian sapeva di essere solo nell'eternità.
Dopo essersi finalmente ripreso dallo shock, si tolse la tuta isolante e si infilò una tuta pressurizzata. Decise che l'unica cosa da fare fosse tornare verso il ponte principale, nella speranza di raggiungere la Baia ed espellersi in una capsula di salvataggio. Avrebbe anche potuto rimanere ibernato per qualche secolo, prima che qualcuno lo trovasse, ma se non altro non sarebbe morto. O magari sarebbe morto nel sonno, una prospettiva non così cupa come quella di vagare nel nulla senza stelle fino alla morte per assideramento o fame.
Parte 1 | Parte 2 | Parte 3 | Parte 4 | Parte 5
L'immagine affondò nella materia spugnosa del suo cervello come un maglio, portando una sensazione di stordimento che, per qualche minuto, lo costrinse immobile e con gli occhi sgranati, a contemplare il monitor della spietata verità. Lo spazio fuori si era fatto ancora più buio e gelido e desolato, ora che Johnny Martian sapeva di essere solo nell'eternità.
Dopo essersi finalmente ripreso dallo shock, si tolse la tuta isolante e si infilò una tuta pressurizzata. Decise che l'unica cosa da fare fosse tornare verso il ponte principale, nella speranza di raggiungere la Baia ed espellersi in una capsula di salvataggio. Avrebbe anche potuto rimanere ibernato per qualche secolo, prima che qualcuno lo trovasse, ma se non altro non sarebbe morto. O magari sarebbe morto nel sonno, una prospettiva non così cupa come quella di vagare nel nulla senza stelle fino alla morte per assideramento o fame.
martedì 7 maggio 2013
La zona neutra – Quinta parte
L'attesa è stata lunga, ma finalmente ho trovato il tempo di scrivere la quinta parte de La zona neutra. Non si tratta ancora dell'episodio finale, ma la disavventura di Johnny Martian e dell'Odissea sta decisamente volgendo al termine...
Parte 1 | Parte 2 | Parte 3 | Parte 4
Johnny Martian riprese lentamente conoscenza. Quando aprì gli occhi, notò subito che intorno a lui dominava l'oscurità e una calma surreale. Il baccano devastante causato dalla breccia nel fianco dell'astronave, che aveva risucchiato l'aria e i suoi compagni nell'oscuro e silente ventre dell'universo, era un lontano ricordo. All'inizio, ancora stordito, lo sceriffo non si era posto molte domande, ma appena si riebbe del tutto si rese conto di trovarsi davanti a un evento che sfidava la logica: com'era possibile che la parete squarciata si fosse ricomposta da sola? Era come se i rapporti tra causa ed effetto si fossero ribaltati improvvisamente. Martian non sospettava nemmeno di essere così tanto vicino alla realtà.
L'uomo si sforzò di alzarsi in piedi e sentì dolere tutte le ossa allo stesso tempo, come un coro di lamenti ultraterreni che percorresse il suo corpo alla velocità del suono. La maniglia che gli aveva salvato la vita, consentendogli di aggrapparsi per evitare di essere aspirato nello spazio, fungeva ora da appoggio utile per ritrovare la posizione eretta. A quel punto, nel buio dell'atrio silenzioso, Martian si ricordò cosa si stesse accingendo a fare prima che le scosse telluriche togliessero il senso alla sua missione.
Si avvicinò zoppicando alla porta dell'ascensore e notò che la luce del comando manuale lampeggiava: ciò significava che il sistema elettrico d'emergenza era attivo. Johnny premette il pulsante con il palmo della mano e la porta si spalancò. Poi selezionò il piano della sala macchine e discese attraverso la pancia ferita del vascello.
lunedì 29 aprile 2013
La caverna di Alpha Arcturi – Seconda parte
Fu allora che avvertì un rumore quasi impercettibile alle sue spalle, come di sassolini che rotolassero sulla superficie rocciosa. Non fece nemmeno in tempo a voltarsi per vedere cosa avesse scatenato la minuscola frana che qualcosa – o meglio qualcuno – gli fu addosso. Zitus lottò con tutta la forza che gli era rimasta in corpo contro quell'avversario umanoide, di cui non riusciva a scorgere altri dettagli nel buio, a parte il fatto che era nudo e indossava solo una pelle di animale sull'inguine e un copricapo piumato. Infine, visto che l'avversario non pareva intenzionato ad arrendersi, estrasse il coltello e lo trafisse all'addome. L'alieno cadde riverso sulla nuda roccia esalando l'ultimo respiro. Zitus si avvicinò al cadavere e lo ribaltò. Ciò che vide, lo lasciò senza fiato.
mercoledì 10 aprile 2013
La morte ha le piume – Prima parte
Mentre sedeva nella stanza buia e contemplava la porta della cella sconquassata dai colpi della creatura, Carl Vaughn non poteva fare a meno di maledire la sua hybris. Solo un anno prima quella che ora era una spaventosa e ripugnante realtà era stata poco più di una teoria, una serie di appunti scribacchiati sul sottobicchiere di un pub. Poi era cominciato l'esperimento, finanziato in gran parte dall'eredità di famiglia, con cui aveva acquistato esemplari di uccelli di svariate specie selezionate con cura e fatto costruire una voliera nella sua baita nelle Catskill, lontano da occhi indiscreti. Quando si era trovato a dover affrontare un serio problema di fondi, Vaughn lo aveva risolto rubando la strumentazione che ancora gli mancava dal laboratorio dell'università. Una decisione che allora era parsa necessaria, ma di cui oggi si pentiva amaramente e non passava notte senza che il senso di colpa figliasse incubi tremendi con la sua mente sull'orlo dell'esaurimento nervoso.
Ma nessuna delle sofferenze patite nei mesi precedenti poteva essere paragonata al terrore cieco che stava provando in quel momento. Terrore misto alla vergogna per aver scioccamente esultato solo poche ore prima, quando l'esperimento si era concluso con successo. Pazzo! Che cosa credeva di ottenere? Pensava davvero che un ometto insignificante avrebbe potuto controllare una forza ancora largamente sconosciuta come l'ingegneria genetica? Sì, fino alla sera prima lo aveva pensato e ora quella dorata illusione si era frantumata, crollando su se stessa come un castello di carte.
sabato 6 aprile 2013
La zona neutra – Quarta parte
Parte 1 | Parte 2 | Parte 3
Bloom riprese i sensi lentamente e la prima cosa che avvertì fu un forte mal di testa, seguito da un brusio nella stanza. Aprì gli occhi e si rese conto di essere riverso sul pavimento, a poca distanza dalla brandina su cui era poggiato il corpo senza vita del capitano. Che cosa fosse successo, il professore lo dedusse in pochi attimi: accanto a lui, infatti, si trovava un estintore, che evidentemente si era staccato dal suo alloggio a causa della scossa che aveva attraversato l'astronave e gli era piombato in testa. Bloom si passò una mano sul cranio e avvertì un grosso bozzo nel punto in cui la pesante tanica metallica lo aveva colpito. Il brusio lo preoccupava: temeva di aver subito un trauma cranico. Tentò di alzarsi ma le forze lo reggevano a fatica, perciò decise di fare un passo alla volta: sostenendosi con le mani si mise prima in ginocchio e poi, poggiandosi contro la parete alle sue spalle, si alzò finalmente in piedi, barcollante.
Il mondo girava intorno a lui. La stanza era buia: chiaramente qualunque cosa fosse stata a causare la scossa aveva anche fatto saltare l'impianto elettrico. Poi gli occhi di Bloom incontrarono un dettaglio curioso: una leggera luminescenza avvolgeva una porzione del laboratorio, quella in cui si trovava il cadavere di Katanga. La mente dello scienziato era ancora attutita e confusa per la botta, ma si sforzò comunque di mettere a fuoco ciò che i nervi ottici stavano comunicando al cervello. E la scoperta che ne seguì lo sconvolse fino all'orlo della pazzia.
venerdì 29 marzo 2013
La zona neutra – Terza parte
Lo sceriffo aveva conosciuto il capitano Katanga una sessantina di anni prima, quando entrambi erano impegnati nel servizio di leva preso Fort Bazuzu, nel deserto corallifero della sesta luna di Caronte V. Johnny lo aveva visto affrontare da solo due energumeni arturiani di due metri e mezzo per due, che avevano preso di mira una matricola e la stavano tormentando in sala mensa. Katanga si era messo in mezzo e ne era nata una rissa dalla quale, senza alcun aiuto, l'uomo era uscito ammaccato ma vincitore. Aveva preso a calci nel culo quei due bestioni e poi era tornato a sedersi per finire la zuppa.
A vederlo adesso, congelato e privo di vita sul freddo lettino del laboratorio, gli sembrava impossibile che fosse la stessa persona. Ma c'era qualcosa che lo turbava più profondamente: i tratti del suo viso erano scomposti, deformati, come una tazza di ceramica rotta e ricomposta alla meno peggio con la colla. Non era il solo ad averlo notato. “Mio Dio – disse O'Bannon con un'espressione di disgusto – Che cosa gli è successo?”. Martian esalò un profondo respiro e infine svelò quello che aveva sempre sospettato: “Un cubo arcaissiano”. O'Bannon rivolse a lui lo sguardo e la sua espressione mutò da disgustata a interrogativa: “Un cosa?”. “Un cubo arcaissiano. Si tratta di un congegno molto efficiente, costruito dagli orologiai di Arcaissi. È simile a un cubo di Rubik: è formato da ventisette piccoli cubi che, una volta entrati in contatto con un oggetto, animato o inanimato, si insinuano nella sua struttura molecolare e la scompongono, causandone l'implosione. Alla fine assorbono l'oggetto e lo immagazzinano”. “Per quanto tempo?”, chiese O'Bannon. “Oh, nel caso di un oggetto inanimato, anche per secoli. Nel caso di un essere vivente, poche ore”. Il professor Bloom lo fissava sbalordito. Non avrebbe mai pensato che quell'insulso uomo rosso fosse a conoscenza di tutti quei dettagli.
lunedì 18 marzo 2013
La zona neutra – Seconda parte
Johnny Martian non sopportava più quel lavoro. Si era alzato come ogni mattina dalla dura brandina che oramai i membri della ciurma si erano abituati a chiamare letto. Ma lui, che aveva servito come sceriffo sui vascelli della federazione xandoriana per quindici anni, sapeva bene cosa la parola “letto” significasse. Si mise a sedere per qualche minuto, massaggiandosi la schiena dolente – aveva ormai ottantasette anni e poteva definirsi un uomo di mezza età – e poi si sforzò di alzarsi. Entrato nel bagno, si fermò per qualche istante a guardare la sua immagine riflessa nel minuto specchio. Davanti aveva il volto scarno di un uomo stanco e disilluso. Le guance erano scavate e le vistose rughe denunciavano la sua non più giovane età. La sua carnagione rossa, dovuta agli esperimenti genetici condotti sui primi coloni marziani da cui egli discendeva, stava scadendo nell'arancione.
Si fece una piacevole doccia calda e la barba, poi scese nella sala mensa e si godette un'abbondante colazione composta di uova, bacon e caffè liofilizzati – i migliori sulla piazza. Soddisfatto, lasciò la mensa per dirigersi al suo ufficio e smistare le scartoffie. La colazione lo aveva messo di buon umore: dimenticata la stanchezza e la frustrazione del risveglio, pensò che fare lo sceriffo su un'astronave scientifica non era poi così male – non c'erano mai emergenze e lui poteva avere tutto il tempo libero che desiderava. Per sua sfortuna il flusso di pensieri positivi venne bruscamente interro dallo squillo del comunicatore. Martian lo sganciò dalla cintura e se lo portò all'orecchio. “Sì, qui lo sceriffo”, disse. “Sceriffo – rispose la voce di Stratos – farebbe meglio a venire a dare un'occhiata nell'ufficio del capitano. È una bella gatta da pelare”.
mercoledì 13 marzo 2013
Vendesi anima, occasione unica
Il mondo era restato a guardare stupito e un po' inquieto quando il professor Armin Keppel aveva scoperto l'anima. Quella che per secoli era stata, per gli scienziati, poco più di una superstizione, si era rivelata invece una verità scientifica misurabile e, soprattutto, manipolabile. Dopo lunghi anni di studio, Keppel aveva scoperto un metodo per “catturare” l'anima al momento del trapasso. Il procedimento era il seguente: il soggetto veniva chiuso in una camera iperbarica poco prima di morire. Quando esalava l'ultimo respiro, l'anima si proiettava nell'aria circostante e a quel punto veniva attirata da una speciale batteria, che si caricava con l'energia stessa dell'anima. Una volta catturata, l'anima poteva essere conservata per un certo periodo di tempo e in seguito re-immessa in altri soggetti.
Si era creato in poco tempo un vero e proprio “mercato di anime”: i più ricchi lasciavano scritto nel testamento che, al momento del decesso, la loro anima fosse trapiantata in un corpo più giovane. Il richiedente non doveva fare altro che pattuire una certa somma – talmente cara che il novanta percento della popolazione mondiale non se la poteva permettere – con una delle tante agenzie che si occupavano della cattura, l'immagazzinamento e il trasporto delle anime. Un acconto veniva versato al momento della stipula del contratto, il resto a cose fatte. Questo per evitare, come era successo nei primi anni di vita del “metodo Keppel”, che qualche lestofante si prendesse i soldi e poi gettasse via il silo contenente l'anima (o “soul-silo”).
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lunedì 11 marzo 2013
La zona neutra – Prima parte
Duecento giorni di navigazione e di terra ferma neanche l'ombra. L'astronave era partita da Tico-teco alla volta del Limen, o almeno questo era ciò che si augurava il professor Bloom, che di quella teoria era il sostenitore più accanito. Ne aveva abbondantemente dibattuto a tutti i più importanti simposi scientifici delle Sette Galassie e ne aveva anche scritto nel suo ultimo e più completo trattato, “Del Limen: teoria e fenomenologia dell'universo e dei suoi confini”. Bloom sosteneva che l'universo fosse tenuto insieme dal suo conflitto fisico con l'anti-materia presente all'esterno di esso, e che questo conflitto si manifestasse a occhio nudo nella forma di un “muro” o “zona neutra”, dove non erano presenti stelle o pianeti e dove le leggi della fisica e della geometria euclidea non erano applicabili. “L'Uomo deve conoscere i confini del suo Mondo – era solito ripetere ai suoi studenti – perché è solo attraverso la conoscenza dei propri limiti che si può aspirare all'eccellenza e al dominio”. Naturalmente, la spedizione a bordo dell'Odissea non aveva ricevuto gli enormi finanziamenti richiesti sulla base della mera curiosità umana: Bloom aveva prospettato enormi ricavi dall'estrazione e dall'utilizzo della materia oscura, abbondante nella zona neutra, che poteva essere usata per implementare i motori a curvatura e addirittura per la costruzione di pianeti e stelle artificiali, nonché dei wormhole necessari al viaggio intergalattico. Questo Bloom lo sapeva ma non gliene importava: per lui contava solo aver ricevuto il denaro per appagare la sua sete di conoscenza e nessuno, né i burocrati di Terra-7 né tantomeno i membri del suo equipaggio, che si lamentavano per la scarsità di provviste, lo avrebbero potuto fermare.
venerdì 8 marzo 2013
Madre dal cuore atomico
Nel giorno della Festa della Donna ho pensato di realizzare qualcosa di speciale. L'incipit di questo racconto mi ronzava in testa da tempo ed è legato a un ricordo molto personale. Lo dedico a tutte le donne e in particolar modo a mia madre, che ancora oggi, dopo una vita di lavoro tra casa e ufficio, trova ancora la forza di lavarmi e stirarmi praticamente tutto anche se ho superato la soglia dei trenta... Ah, questo va gustato con l'appropriata colonna sonora.
Madre dal cuore atomico
Se chiudeva gli occhi riusciva a vederla ancora: l'altalena arrugginita e, accanto, sua madre che lo accoglieva tra le braccia mentre il suo caldo sorriso risplendeva nella luce dorata dell'indolente pomeriggio estivo. Un frammento di ricordo più che un ricordo vero e proprio. Sembrava il flashback di un film ed era legato a un dettaglio fondamentale: Atom Heart Mother dei Pink Floyd.
C'è un punto di quella maestosa suite per gruppo e orchestra in cui la pomposità dei fiati si dilegua e lascia spazio a un delicato intreccio tra l'organo Hammond di Richard Wright e un violino. Quel punto lo scuoteva sempre nel profondo in un modo che non riusciva a spiegarsi, lasciandolo ogni volta in lacrime e con in testa quell'immagine. Stefano non capiva che cosa c'entrasse ma riteneva che riguardasse in qualche modo l'imprinting. La sua teoria era questa: suo padre, che gli aveva passato l'amore per i Pink Floyd, probabilmente ascoltava spesso quell'album nel mangiacassette della vecchia Fiat 127 verde pistacchio, in quei lontani giorni d'estate dei primi anni Ottanta, quando lui era molto piccolo. Quel brano doveva essere rimasto particolarmente impresso nella sua malleabile mente infantile, al punto da risuonargli continuamente in testa anche quando la madre lo portava al parco giochi.
Madre dal cuore atomico
Se chiudeva gli occhi riusciva a vederla ancora: l'altalena arrugginita e, accanto, sua madre che lo accoglieva tra le braccia mentre il suo caldo sorriso risplendeva nella luce dorata dell'indolente pomeriggio estivo. Un frammento di ricordo più che un ricordo vero e proprio. Sembrava il flashback di un film ed era legato a un dettaglio fondamentale: Atom Heart Mother dei Pink Floyd.
C'è un punto di quella maestosa suite per gruppo e orchestra in cui la pomposità dei fiati si dilegua e lascia spazio a un delicato intreccio tra l'organo Hammond di Richard Wright e un violino. Quel punto lo scuoteva sempre nel profondo in un modo che non riusciva a spiegarsi, lasciandolo ogni volta in lacrime e con in testa quell'immagine. Stefano non capiva che cosa c'entrasse ma riteneva che riguardasse in qualche modo l'imprinting. La sua teoria era questa: suo padre, che gli aveva passato l'amore per i Pink Floyd, probabilmente ascoltava spesso quell'album nel mangiacassette della vecchia Fiat 127 verde pistacchio, in quei lontani giorni d'estate dei primi anni Ottanta, quando lui era molto piccolo. Quel brano doveva essere rimasto particolarmente impresso nella sua malleabile mente infantile, al punto da risuonargli continuamente in testa anche quando la madre lo portava al parco giochi.
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